L’avvento imminente delle cyber-città: fenomeno Foursquare

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Chi non ha mai giocato da piccolo ai quattro cantoni? E chi avrebbe immaginato di giocarci anche decenni dopo, grazie ai cellulari con Gps, ormai diffusissimi? Si tratta dell’ultima moda del web, un servizio di geolocalizzazione che si chiama, appunto, Foursquare e che deve il suo recente successo ad una miscela di tante funzionalità: gioco multiplayer, social networking, microblogging e quello che gli esperti chiamano LBS, ovvero Location Based Service.

Ma cosa significa?

In parole più semplici, possiamo dire che Foursquare è una via di mezzo tra un social network, una mappa e una guida turistica. Basta installare il software sul cellulare, varcare la soglia di un locale (non solo ristoranti o pub, ma anche teatri, cinema, musei, etc.), fare “check in” e lasciare un messaggio: avremo la possibilità di tracciare una mappa delle nostre frequentazioni e segnalare ai nostri amici i nostri posti preferiti – o disprezzati – e i motivi. Il servizio, infatti, permette agli utenti di “marcare” (in gergo, “fare check in”) i luoghi visitati e offrire consigli e opinioni ai futuri ospiti.

Il procedimento è semplice e i vantaggi sono molti. Decidiamo di andare da qualche parte e vogliamo avvisare la nostra comitiva? Prendiamo il cellulare e registriamo la nostra posizione, in modo da tenere traccia dei nostri spostamenti e segnalarli online, in tempo reale, alla nostra rete di conoscenze. Siamo appena tornati dalle vacanze e vogliamo vedere cosa stanno facendo e dove sono i nostri amici in quel momento? Detto fatto: basta collegarsi al servizio. Siamo all’estero e abbiamo nostalgia della cucina del nostro belpaese? Possiamo controllare su Foursquare le recensioni delle pizzerie italiane già lasciate dagli altri utenti del servizio.

Ma non è tutto qui. Cosa spinge gli utenti a lasciare commenti e recensioni e a costruire, in questo modo una propria “guida della città” personale, che, incrociata con quelle degli altri utenti, traccia una mappa virtuale dei luoghi caldi della socialità urbana? Gli inventori del servizio hanno escogitato un astuto sistema di badge e incentivi che ha già decretato, in passato, la fortuna di piattaforme come Facebook, Myspace o applicazioni come Farmville. Si basa sul piacere ludico ed edonistico degli utenti di forgiarsi di medaglie e premi virtuali, “addobbando” il proprio profilo e mettendosi in competizione con gli altri utenti.

Ogni volta che frequenti lo stesso locale, accumuli punti e gareggi con tutti gli altri utenti per essere il primo in classifica e ottenere il badge di “sindaco” di quel posto. Nei paesi in cui Foursquare è già diffusissimo, come gli Stati Uniti, i premi sono diventati reali: i clienti e utenti più affezionati vincono consumazioni, gadget e sconti. Naturalmente queste agevolazioni non sono certo disinteressate. Oltre all’obiettivo di fidelizzare il cliente, i gestori delle attività commerciali hanno anche la possibilità di accedere ad un archivio di dati statistici dettagliato e aggiornato sui frequentatori del locale: il numero totale dei visitatori, la percentuale di uomini e donne, le ore del giorno più frequentate, i punti di forza e debolezza dei servizi offerti, e così via. Com’era logico immaginare, il passo tra questo tipo di social networking e il marketing è stato brevissimo.

L’idea di creare Foursquare è di due ragazzi, Dennis Crowley, americano, e Naveen Selvadurai, inglese. I numeri sono già impressionanti: a metà luglio sono stati registrati 2 milioni di utenti attivi nel mondo (a marzo erano solo 500.000), 25.000 nuovi iscritti al giorno e 20 milioni di dollari appena investiti dalla Andreesen-Horowitz che hanno fatto salire la valutazione di Foursquare a circa 100 milioni di dollari.
E c’è anche chi ha già pensato ad un sistema per “unire” i risultati di tutti i diversi geo social network e dare una visione di insieme degli spostamenti dei nostri conoscenti iscritti ai vari servizi.

Qualcuno potrà obiettare: “e la privacy”?
Chiaramente si tratta di un aspetto sempre più effimero e secondario. La nostra vita e le nostre abitudini sono sempre più connesse e sempre più trasparenti. Sentiamo il bisogno di raccontarci, di tracciare, in ogni momento della nostra giornata, la cronaca della nostra vita. L’impulso di collegarsi su facebook o estrarre il nostro i-Phone per urlare ai nostri contatti cosa facciamo, cosa pensiamo e dove stiamo andando è sempre più incontenibile. Siamo attanagliati dall’ansia irrinunciabile di essere protagonisti e il web è diventato sorta di “narrazione collettiva” in cui il confine tra le informazioni che si vogliono condividere e quelle che si vorrebbe restassero strettamente personali, diventa, ogni giorno, sensibilmente più labile.

Tra qualche tempo, prima di inventare una scusa per saltare un appuntamento (“Festeggeremo il nostro anniversario domani, tesoro, sono a letto con la schiena bloccata “), sarà il caso di controllare attentamente tutte le tracce lasciate, più o meno inavvertitamente, sul web 2.0 e che indicheranno invece la nostra presenza allo stadio durante la partita della squadra del cuore. Essere continuamente presenti sul palcoscenico virtuale del 2.0 può essere interessante, ma anche molto, molto pericoloso.

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